Enervantopologia

Mi vorrei tanto perspicace e acuto

da far passare l’immenso mar per il mio imbuto

sogno di chiudere in una trasparente bottiglia

tutto ciò che esiste e quel che gli somiglia

invece sono solo un’umile e confuso operaio nella vigna del signore

che gode dei suoi dolci e croccanti acini e non vendemmia

 

e non mi aspetto nulla dal fattore a fine giornata

se non qualche pacata rampogna devangelizzata

chè l’ego troppo voglioso è poco più che un morto

anche per il dio più buono, quello risorto

il biglietto

Sarò anche brutto e cattivo riguardo all’altare più alto del riflettere sull’homo

ma se devo comparare i rischi delle magre dell’autore

aggiunti i vizietti degli attori, messi in croce dagli arredi e dal regista,

limando infine sulle presenze circonvicine eventualmente,

non ho dubbi, preferisco pagare il biglietto in trattoria.

 

Gli avventori sono attori coscienti nemmeno più che tanto

epperciò disarmanti interpreti di loro stessi,

ispirati da minestroni e insalate, macedonie e peperonate

si mischian fra di loro, democraticamente distribuiti nei tavoli

 

E l’occhio s’aggira senza dare a vedere fra generi e topoi, protagonisti e comparse,

appena si ferma può indagar discretamente il di ciascun “quel che vorrei che sono” …

chi se la ricorda l’angosciante sfasatura del professionista che non è più quand’è quell’altro?

Questi concittadini recitano l’esistenza bonariamente geniali

nuotando nella coincidenza dell’essere con l’apparire,

polverizzando dolcemente qualsiasi nostra certezza,

prìncipi ambigui, regine troneggianti, belle disadorne, sussultanti narcisi …

 

Senza dir che il biglietto comprende anche il bicchiere e il piatto

oh, a volte davvero benedetti, conditi l’un e l’altro d’imprevedibile,

quotidiani, umili, frugali, inflazionati ma necessari,

almeno quanto noi

Ezerfaggine

che difficoltà tener sempre presente che è tutto regalato

felicità e tristezza, fortuna e disastri …

 

ogni istante perso

ogni istante guadagnato

ogni emozione, delusione, perversione

ogni salto, scivolone, vittoria e umiliazione,

tutto, proprio tutto, è regalato

anche se il nostro registratore di cassa

tira sempre le somme: e questo è perdita, e quello è guadagno …

 

ma il gioco è così,

ed è la cosa più seria che c’è

rhapsodic love

sono un decrepito fanciullo

traboccante d’amore,

un papa che promette

a tutti i buoni le pene dell’inferno,

il gestore di un privè

dove s’impone con rigore l’astinenza,

 

angelico energumeno, civilmente barbarico

delicato quando picchio, spietato quando regalo

osservo solo me stesso

trasgredisco le mie regole

e non mi punisco mai

 

… ma quando sei fra le mie mani

io non esisto più

fuori/dentro

Se tu fossi a New York oppure a Parigi o Mosca o a Shangai,

saresti forse più felice, ti angosceresti di meno?

veramente la noia ti morderebbe con denti meno affilati?

sì, da giovane ci confidavo disperatamente,

sperando che fosse la terra a decidere del fiore

 

solo dopo molto tempo sono riuscito ad accettare

che se sei un tulipano sbocci anche nella brulla Patagonia,

se lo sei

questioni ereditarie

Non son cecco, non son sordo, sono appena un po’ balordo

fritta l’alma, franto il cuore da un mio intimo dolore:

 

i leopardi rimpiango che nei pascoli brucavano

e gli ungaretti inerpicantisi pe’ l’aspro montale,

i miti manzoni che aprivan sul campo longanesi solchi

poi l’annunzio: tutti in tavola pe’ l’ariosto co’ carducci

 

annegata in formalina la poesia monumentale

zitti, attenti e ricettivi attendiamo l’istruzione,

il tutorial protocollo con un link multimediale

che l’influencer onnisciente senza fallo fornirà

 

la poesia in digitale si consuma in un timelapse

un’occhiata e via veloci, l’attenzione è già più in la

che la lacrima evocata cade spersa e frastornata

sull’ardita spiegazion di come fare una frittata

 

siamo irosi, invidiosi, infastiditi dal cervello

niente supera in urgenza il colore del capello

quereliamo seri seri i nostri errori e delusioni

colpa di vaccini e clima, giacchè mica siam coglioni!

 

risolutamente seguendo la nostra ombra poi

sorseggiando i versi antichi, pietrificati e scoloriti

come d’amaro assenzio il palato s’insapora …

poveri quelli per cui monumenti saremo noi